“E
vennero a smagarmi prosa e versi
anche
i miei – ché voglio esser altrove
ed
altro: non sul viale dei dispersi,
dei
solitari a reggere le prove”
Per decenni accettai la
sfida
della mia diversità – esser
me stesso
puntare dove questi mi
diceva:
l’Interno Tiranno!
Sol sulla carta, può esso
affermarsi
fissando concetti che non
hanno patria
tutto il resto è
devastazione e dolore.
Queste steli marmoree,
d’intrepido inchiostro
sono il segno di
riconoscimento
per altri grandi – gli unici
tuoi referenti
gli unici, che gioiscono e
s’infiammano
leggendoti nel tuo Valhalla
letterario.
Per gli altri non esisti, sei
fumo, sei sterco.
Ma adesso devi tarpare la
parte migliore di te
se vuoi vivere. L’hai
coltivata abbastanza,
il tuo corpo è un terreno
saturo e sterile ormai.
Fingi di non possederla,
atrofizzala
non nutrirla: sii in questo
modo normale
sperditi e gioisci con loro.
È l’unica comunione
terrena possibile. Chi vuol
cambiare
il mondo paga il prezzo e
non riceve il pacco,
annega negli sputi che
lancia su sé stesso,
sugli altri, e che gli
lanciano. Poi il messaggio passa
e no, non ne è valsa la pena
– ma passa,
e l’uomo del futuro lo
agguanta.
L’umanità non si migliora,
non si governa
e non si punisce. Devi
accontentarti
che siamo tutti di
passaggio, tutto
si sgretola, anche i
giudizi, tutto
perde d’interesse, la gente
invecchia
si ammala e muore senza
lasciare traccia di sé.
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