A quale inesistente entità parlo
colei che avverte i gridi disperati
del Genio quando muore – e ad ammazzarlo
sempre sono i plebei, gli spudorati!
nessuno può capir quanto li odio
orribili gaudenti senza onore
festanti sopra l’usurpato podio
da squallido ed inetto malfattore
tutto s’ingubbia di gioia leggera
e senza mai patir sinceramente
dolor riscuote a lui risata fiera
ché non lo prova, e ammazza il combattente
colui che da decenni si consuma
afflitto d’oppression centuplicata
qualsiasi atteggiamento egli assuma
non può mutar l’esito della giornata
Profonda è l’onta già, che grava invero
su questa umanità cotanto immonda
per l’infelicità del genio altero
che le si oppone e mai non l’asseconda
ma di quest’onta lei si fa un bel baffo
e la rigetta sopra l’iracondo
Genio, che ad andar ben vien letto pazzo
e non vittima del potere immondo
Atroce umiliazion senza rivalsa
possibile sul prossimo che ancora
propone stessa feccia in ogni salsa
senza che all’orizzonte stia un’aurora
Non c’è speranza, vita è già perduta
passato segna indomito il futuro
mi torco dentro un letto di cicuta
gli alfieri del riscatto messi al muro
eran sol irrealistici pensieri
che ignoran biechi le fattezze avulse
del mondo, che quest’oggi è come ieri
e verso noi può aver solo ripulse
Suicida l’ideazion mi alberga in core
non l’assecondo – ché quegli assassini
di ogni verità stupran l’onore
con irruenza degna di mastini
Ma anche a stare qui – me la racconto
ch’io possa risalir, ci proverò
ma sol la quintessenza di un riassunto
sarà quel che io vivere potrò
Dare filo da torcere - anzianotti
alla morte plebea che ognor m’insegue
varrebbe ad aver giorni meno brutti
quando è già dentro me e non dona tregue?
Mi sono visto dentro una stanza
dalle pareti bianche ed imbottite
ad infantili oggetti dare danza
lungo giornate morte ed infinite
ma esiste una realtà ch’è troppo nera
perché possa ancor essere guardata
ed anche a pezzi, non è più sincera
la forza che la vuole sopportata
Io tiro dritto, però resto affranto
e ancor: parlo a qualcuno che non c’è
tessere con l’inchiostro questo manto
distende quanto il sesso fai-da-te
Posson passare i lustri, o cinquant’anni
menti ristrette piegan tutto a sé
sarò deriso da orde di furfanti
dall’anima più bassa d’un bidé
Dove mai ero andato? Qual azzardo
dominò tutta quanta la mia storia
per penetrarmi ovunque col suo dardo
e respirare sol cattiva aria?
Ancora ho scritto, qui, per non morire
rivolto a spiriti di altri mondi
nessuna voglia ho di ripartire
ma è meglio stare a galla, o se sprofondi?
L’incubo si svolgea senza riguardo
negli anni: ed era vero, era reale
e viver ora o vivere in ritardo
mi sembra scelta, già, tra bene e male.
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